Giornata internazionale degli archivi - Donne d'affari

Archivio di Stato di Cosenza

9 giugno 2020 - Incontri culturali

Laura Fava Stocchi

E’ risaputo che nel corso dei secoli la partecipazione delle donne alla vita imprenditoriale ha avuto carattere di subalternità. In taluni casi però, grazie alla componente culturale, alla capacità di agire, all’educazione, alle strategie matrimoniali, alle relazioni e ai legami di parentela, le donne hanno saputo conquistare, in forme più o meno autoritarie, un ruolo per nulla marginale.

I documenti selezionati dai fondi conservati nell’Archivio di Stato di Cosenza restituiscono storie di straordinarie figure femminili, dotate di forte personalità: “Donne d’affari”, che hanno saputo sfruttare il loro “genio” in un universo esclusivamente maschile.

Nell’aristocrazia di antica ascendenza nobiliare affiorano donne che, da tutrici ed esecutrici testamentarie, hanno avuto cura della gestione del patrimonio loro affidato in qualità di procuratrici, con delega ad attuare scelte e a prendere decisioni in assoluta autonomia. E’ il caso di D. Caterina Saracini, vedova dell’Ecc.mo Francesco de Castel Bisbal e signora delle Terre di Briatico e Calimera, nonna materna, nonché tutrice, balia e curatrice dei beni burgensatici e feudali ereditati, dopo la morte dei genitori, da D. Diego de Sandoval, signore della terra di Bollita e giovane Castellano del Castello di Cosenza. Donna forte e autoritaria,  Caterina affrontò le rivendicazioni  del nipote che nel 1534 volle amministrare personalmente i suoi beni e rimise al giudizio di un Giudice ordinario della città di Napoli la controversia tra loro insorta circa la pretesa di Caterina di aver diritto, per gli undici anni in cui era stata tutrice e amministratrice, alla somma di ducati 2656 per suo vitto e vestiti in ragione di ducati 240 all’anno[1]. Caterina, forse sentendo il bisogno di giustificare il suo operato, dichiarò in un successivo atto notarile, che la trattativa per l’acquisto di annui ducati 400, per il prezzo di ducati 4000 sulla gabella della carne e dei pesci da lei condotta anni prima per il tramite del nobile Francesco de Campo, si era svolta nell’interesse esclusivo del nipote[2]. 

Uno degli strumenti più vantaggiosi per l’affermazione della donna e per il suo agire nella società era senza dubbio la disponibilità patrimoniale. La ricchezza e lo status sociale permisero di acquisire credito e fiducia anche fuori dal contesto familiare con risultati considerevoli perfino negli accordi e nelle transazioni economiche. L’11 marzo 1747 la Marchesa della Valle, donna Emanuella Alarcon y Mendoza,[3] nominava un procuratore col compito di prendere in prestito ingenti somme di denaro per il commercio della seta nel suo feudo di Calabria Citra.

La capacità delle donne nella gestione di capitali, anche con delega, è confermata con la   Principessa di Luzzi,[4] che nel 1822, rappresentata dal suo Agente generale Luigi Perrone, nominava Ferdinando Arnone di Trenta “capo concaro” e fattore del suo concio di liquirizia nella località Matina di Altomonte, con il compenso di 150 ducati. 

Ricchezza, status sociale, cultura, capacità di muoversi in una compagine burocratica assolutamente conservatrice e patriarcale e la consapevolezza di poter contare su una buona dose di carisma, spinsero in alcuni casi a formulare richieste insolite e di appannaggio maschile. La  baronessa Laura Fava Stocchi di Amantea [5] nel 1800 chiese al Re la concessione dell’ufficio di vice credenziere della Dogana di Amantea, per i servizi prestati a favore dello Stato durante il periodo della rivoluzione. La baronessa, al tempo della Repubblica, aveva esortato i naturali della sua città a rimanere fedeli al sovrano. Dopo la resa di Napoli, in segno di gioia, illuminò il suo palazzo ed organizzò feste. Successivamente si recò a Palermo insieme al marito, barone Giulio Cesare Fava, per rendere omaggio al Re a nome della sua città. 

Gli esempi fin qui esposti appartengono a profili di donne che hanno goduto di un grande vantaggio per il ruolo ricoperto nella società in cui hanno vissuto e operato. In generale, nell’altalenante contrasto tra ideologia e moralità, in ogni contesto sociale, il percorso di riscatto femminile è sempre stato molto lungo e tortuoso, ma l’emergenza bellica dei primi anni del Novecento ha cambiato profondamente il ruolo della donna nella società.

Allo scoppiare delle Grande guerra, ogni famiglia ebbe uno o più uomini impegnati a combattere e la collaborazione femminile allo sforzo bellico fu rilevante. La contadina diventò l’operaia delle fabbriche per la produzione di armi e di esplosivi per rifornire gli eserciti, dei laboratori di cucito per produrre indumenti e coperte per i soldati in trincea, divenne l’imprenditrice e la direttrice della propria azienda.

Il decreto del 21 luglio 1917 del Ministero dell’Agricoltura istituì il conferimento di premi alle donne che si erano distinte “per operosità costante e produttiva” nella direzione delle aziende e nella esecuzione dei lavori agricoli, in sostituzione degli uomini chiamati alle armi “al fine di assicurare la produzione necessaria all’approvvigionamento alimentare del Paese”. Come sancito dal decreto, il 14 gennaio 1918, il sindaco di San Benedetto Ullano presentò un elenco di donne per l’assegnazione dei premi[6]

Il 19 gennaio dello stesso anno, il direttore dell’Osservatorio Bacologico di Cosenza propose l’assegnazione del premio per benemerenze in agricoltura a Virginia Longo Bombini di Spezzano Albanese per la competenza ed operosità nella direzione e nella guida dell’opificio di estrazione della liquirizia sito in  S. Lorenzo del Vallo, nonchè per la dedizione e la cura prestate alle industrie rurali di pollicoltura e bachicoltura.[7]

Le donne, cominciarono a farsi strada trovando ampi spazi all’interno dell’economia urbana, nei settori comuni del commercio e dell’artigianato, proponendosi autorevolmente nelle varie forme della lavorazione, non solo in quelle più semplici e scarsamente remunerate, ma anche in quelle più qualificate e complesse.

Tessuti e stoffe di gran pregio, grazie alle dame patronesse calabresi, nel 1934 furono esposti negli appartamenti in piazza Farnese a Roma della Marchesa De Seta, Presidentessa del Comitato Dame Patronesse dell’Ente Nazionale della Moda. In un reparto curato dalle patronesse, figuravano le sete di Scilla in parte filate a mano per abbigliamento; la tela seta di Villa S. Giovanni, i lini di Rossano per tovaglioli e per tutti i generi di toilette e da tavola; le lane della Sila, filate e tessute a mano, impermeabili, a disegni prodotti con colori vegetali; i tessuti della scuola di Delianova; i tessuti dell’Associazione del Mezzogiorno lavorati a Cosenza ed altro ancora. Tutto il materiale esposto, di fattura perfetta e gusto originale, eseguito da maestranze calabresi e con prodotti locali, fu inviato a Torino in occasione della III Mostra della Moda tenutasi dal 12 al 27 aprile 1934.[8]  

Mostra moda

 



[1] ASCS, Notaio Angelo Desideri, n. 28, Cosenza, 1534, c. r. 139 

[2] ASCS, Notaio Angelo Desideri, n. 28, Cosenza, 1534, c. v. 140

[3] ASCS, Notaio Carlo Antonio Graziano, 444, 1747, cc. 43 – 44 v.

[4] ASCS,Notaio Mazzei Carmine, 785, 1822, cc. 382-386 r.

[5] ASCS, Regia Udienza Provinciale, Atti civili, b. 36, fasc. 324

[6] ASCS, Prefettura, Affari generali, b. 529, cat. 7

[7] ASCS, Prefettura, Affari generali, b. 529, cat. 7

[8] ASCS, Prefettura, Gabinetto, b. 180,  fasc. 7